Intervista a Gabriele Gori (Vivo Azzurro)

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mercoledì 19 settembre 2018

Intervista a Gabriele Gori (Vivo Azzurro)

Rappresenta senza dubbio il simbolo della Nazionale italiana di Beach Soccer, uno degli architravi portanti di quel gruppo capace di cogliere, lo scorso 9 settembre nella Superfinal di Euroleague di scena ad Alghero, uno storico primo posto continentale: la consacrazione di un movimento, ormai da anni, nel ghotadella disciplina, che ha riportato la Nazionale sul trono europeo dopo 13 anni. Gabriele Goriè un professionista appassionato, un giocatore che vive e respira azzurro, e che non smette di ambire a nuove conquiste.

Vivo Azzurro lo ha intervistato in esclusiva!

A poco più di una settimana dal trionfo Europeo con la Nazionale, quali sono le immagini e le sensazioni più vivide che restano di quella cavalcata trionfale?
Voglio dire davvero grazie alla città di Alghero, perché ho tremendamente impressa l'immagine del nostro pubblico. Prima di ogni partita, arrivando nell'Arena, vedevo fiumi di gente in coda per entrare e gli spalti gremiti. Negli spogliatoi e durante il pre-partita pensavo tra me e me "dobbiamo farlo anche per loro". Sono stati un sostegno meraviglioso, ci hanno dato una carica incredibile.

C’è stato un momento particolare in questa Superfinal di Euroleague nel quale hai pensato che la Nazionale potesse davvero conquistare il gradino più alto del podio?
Il percorso che ci ha portato alla Superfinal non è stato certamente dei migliori, abbiamo avuto più di qualche difficoltà ma non avevo il minimo dubbio sulla caratura tecnica e morale di tutti gli elementi del gruppo azzurro. Un segno distintivo, che è croce e delizia di noi italiani, è il saper tirare fuori il meglio quando conta; ed è stato davvero così anche stavolta. Abbiamo fatto un ritiro di 18 giorni nel quale ci siamo compattati tantissimo, trovando un equilibrio perfetto. Nello specifico, però, ci sono stati due momenti che mi hanno instillato la convinzione che potessimo davvero farcela: la rete di tacco di Marinai contro la Russia all'extra time e il mio gol, sempre durante i supplementari, nel tiratissimo scontro contro l'Ucraina, seguito, pochi secondi dopo, da una parata clamorosa di Del Mestre che ha salvato il risultato. Vincere due partite cruciali in questo modo mi ha fatto davvero pensare che potesse essere la volta buona per noi.

Focalizziamoci sulla finale contro la Spagna. Osservandovi durante la maratona dei calci di rigore traspariva un sentimento di forte convinzione nei vostri sguardi. Raccontaci le sensazioni del gruppo in quei momenti, le parole dette e quelle sussurrate…
Siamo arrivati in finale convintissimi dei nostri mezzi. Battuti colossi come Bielorussia, Russia e Ucraina, la Spagna non poteva incuterci alcun timore, pur nutrendo il dovuto rispetto per loro. Al momento dei rigori, per qualche istante, ha fatto capolino tra alcuni di noi lo spettro della semifinale del Mondiale 2015 (persa ai rigori contro Tahiti, ndr), ma è un cattivo pensiero che è svanito subito. Ogni rigore che abbiamo calciato era praticamente imparabile e sentivamo che, presto o tardi, Del Mestre o Carpita ne avrebbero parato uno. Alla fine è stata una vera maratona, ma non è mai mancata la convinzione di farcela.

Il movimento azzurro è da oltre un decennio ai vertici del beach soccer mondiale e tu sei tra gli indiscussi protagonisti di questa parabola di successi. Ritieni che questo trionfo appena collezionato possa considerarsi la ciliegina sulla torta, oppure l’inizio di una nuova fase per il gruppo di cui fai parte?
Vi racconto un episodio che è la miglior risposta. Pochi attimi dopo la premiazione, salendo nuovamente sul pullman, ci siamo detti: "adesso ci manca il Mondiale". Mentalmente eravamo e siamo già proiettati a un nuovo obiettivo. Questo gruppo lavora insieme da quasi un decennio, ed erano 13 anni che l'Italia non alzava un trofeo (nel 2015 l’Italia ha conquistato la medaglia d’oro ai Giochi del Mediterraneo, ndr). Sinceramente non capivo il perché, dato il valore tecnico e lo spessore umano di tutti i miei compagni di squadra. Adesso che la ruota è girata non vogliamo più fermarci, non siamo assolutamente appagati. La prossima stagione vogliamo puntare nuovamente al massimo possibile.

Con le 7 reti marcate nel torneo con la maglia dell’Italia, sei a quota 199 in azzurro; a un passo da un’imponente cifra tonda. C’è un gol nella tua avventura in Nazionale che ti è rimasto particolarmente impresso? Magari siglato col tuo marchio di fabbrica, la rovesciata.
Dal punto di vista prettamente estetico mi viene in mente il gol in rovesciata realizzato al Mondiale in Portogallo; presi la palla benissimo e partì una vera bordata ma non fu purtroppo decisivo. Sotto il profilo che più mi preme, cioè quello dell'importanza, mi va di segnalare la rete che ho segnato ai supplementari della partita decisiva per la qualificazione al Mondiale che giocammo a Jesolo nel 2014 contro la Bielorussia. Fu una partita senza appello, saremmo andati al Mondiale noi o loro: anche allora fu una rovesciata, ma dal peso specifico indubbiamente più consistente. Il pubblico sugli spalti esplose di gioia, e quel momento resterà indelebile per me.

Raggiungere un traguardo di squadra così prestigioso non è certamente cosa che capita tutti i giorni. In che modo lo hai festeggiato?
Al di là delle bellissime ore di festa col gruppo azzurro avevo una voglia matta di tornare a casa e celebrare questa storica vittoria con la mia famiglia. Ero lontano da loro da quasi un mese, e sentivo il bisogno di condividere questa emozione con le persone a me più care. Tornato a casa, confortato dalla serenità di quell'ambiente, ho ripercorso i nove anni trascorsi con la maglia azzurra, partendo proprio da quella, mai troppo rimpianta, finale europea persa contro il Portogallo nel 2010. Da lì tanto lavoro, tanti sacrifici con la costante convinzione che sarebbe arrivato anche il mio, il nostro momento. Provai un mix di emozioni davvero speciale quella sera, lavorare così duramente e così a lungo è valso davvero la pena.

Parliamo di obiettivi individuali. Dopo la piazza d’onore al Pallone d’Oro del beach soccer nel 2016, preceduto soltanto dal fuoriclasse portoghese Madjer, e il “Pallone Azzurro 2017” per la categoria, questo alloro europeo può darti finalmente lo slancio verso il titolo di miglior giocatore al mondo?
Non mi nascondo dietro a un dito. Dopo questa vittoria il pensiero al Pallone d'Oro è venuto sia a me che a chi mi sta intorno: famiglia, compagni, amici. Nel 2016 andare alla cerimonia di premiazione come uno dei tre candidati al più importante trofeo individuale del mondo del beach soccer fu un'esperienza esaltante. Era la prima volta per un italiano nella storia della disciplina, e ne sentii davvero l'orgoglio. Mi fu detto che per poter aspirare concretamente alla vittoria del premio, tuttavia, avevo bisogno di raggiungere importanti traguardi con la squadra. In totale sincerità, ammetto che ho il sogno e l'ambizione di ricevere questo riconoscimento. Con un successo così prestigioso come quello appena conquistato con la Nazionale, non posso che essere determinato a farlo. Stavolta non mi accontenterei di prendere parte alla cerimonia, vorrei esserne il protagonista.

Come descriveresti il beach soccer?
Il beach soccer è gioia. Conosco tante persone che, passando dal vederne una partita alla tv al vederla dal vivo, mi hanno confessato di avere trascorso una stupenda parentesi di adrenalina e divertimento. Ho sfidato tanti miei conoscenti a dare una chance a questo sport venendo a sostenerci dagli spalti, e mai nessuno se ne è pentito. Le emozioni di un match di beach soccer, l'atmosfera che si crea nell'arena, le sensazioni che si vivono sono qualcosa da provare. Sui social network centinaia di persone mi hanno scritto per raccontarmi con toni entusiastici la loro esperienza durante una partita dell'Europeo, e non ce ne è stato uno che non ne fosse stato entusiasta. In ogni momento può accadere di tutto, questo è il valore aggiunto di questo sport.

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