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Ci sono storie che cominciano con un pallone. E altre che, prima ancora del pallone, hanno un cognome. Succi è uno di quei cognomi che, nel calcio italiano, ha già battuto parecchie strade. Ha conosciuto la Serie A (Bologna, Cesena, Chievo e Palermo), la Serie B (Cesena, Chievo, Como, Padova e Ravenna) e la Serie C (C1: Lucchese, Padova, Ravenna e SPAL; C2: Iperzola e Poggese), con un campionato di C1 vinto con il Ravenna (2006-2007), una promozione nella massima serie con il Cesena (2013-2014) e tanti gol (136 in 398 partite nel calcio professionistico), distillati tra pomeriggi in provincia e notti nei grandi stadi. Ma questa non è la storia di Davide. O, almeno, non lo è più. Questa è la storia di Diego.
Classe 2011, attaccante del Cesena, sotto età nel Campionato Nazionale Under 17 Serie A e B. Un ragazzo che ha appena cominciato a scrivere il proprio capitolo e che, sulla prima pagina, ha deciso di mettere non una, non due, ma ben tre firme.
Domenica scorsa, allo Stadio ‘Alfredo Pagni’ di Peccioli, dall’altra parte c’era il Pisa, nella prima giornata del Girone A. Una di quelle partite che, a settembre, hanno ancora il profumo dell’erba tagliata da poco, la preparazione precampionato nelle gambe, le gerarchie tutte da definire e una stagione ancora senza memoria.
Poi arriva il campo, che racconta Cesena 5, Pisa 1. Tre dei cinque gol romagnoli, il secondo dei quali su rigore, portano la firma di Diego Succi. Una tripletta per cominciare, realizzata in una di quelle giornate che non sai ancora quanto conteranno, ma che difficilmente dimenticherai.
Perché Diego, quindici anni compiuti lo scorso 2 marzo, gioca già sotto età – come lo scorso anno –, affrontando ragazzi più grandi di lui. E questa è la prima cosa che rende ancora più particolare la sua storia: non tanto per la data scritta sulla sua carta d’identità, quanto per la capacità di misurarsi in una categoria superiore, ancora una volta.
Ma lui non sembra avere fretta. “Voglio migliorare e crescere sempre di più – confessa il bomber romagnolo –, continuando ad allenarmi con impegno e costanza ogni giorno”.
Una risposta semplice. Forse normale. Ma nel calcio, specialmente quello giovanile, la normalità è spesso sinonimo di maturità.
La storia inizia a Forlì. Diego ha sette anni quando entra nel Vecchiazzano, società dilettantistica romagnola. Due stagioni. Il tempo necessario per capire che quel pallone può diventare più di un gioco.
“Ho mosso i primi passi lì – racconta –, per poi passare al Cesena a dicembre nell’estate del 2020”.
Da quel momento non ci sono stati più cambi di maglia. Solo una società, solo una casa calcistica e un percorso di crescita, anno dopo anno.
“Vecchiazzano e Cesena sono le uniche due squadre in cui ho mai giocato”, sottolinea Diego, raccontando una carriera ancora brevissima e, proprio per questo, ancora tutta da scrivere.
Anche il ruolo che ricopre in campo ha una sua coerenza. Attaccante. Trequartista. Comunque davanti. Sempre lì, nella zona in cui il calcio smette di essere solamente geometria e diventa istinto.
“Ho sempre giocato in attacco – specifica –, ricoprendo ruoli offensivi: centravanti, trequartista, comunque sempre in quella zona di campo”.


E allora viene quasi naturale chiedergli chi siano i suoi idoli o punti di riferimento. La risposta porta lontano, fino a Parigi, fino a Madrid, fino a quelle accelerazioni che sembrano appartenere a un altro sport: Kylian Mbappé, stella del Real Madrid. “È il mio idolo”, confessa Diego. In Nazionale, invece, l’occhio cade più vicino, più raggiungibile nell’ottica di un percorso: Francesco Pio Esposito, attaccante dell’Inter. “Penso sia veramente forte”.
Curioso come, spesso, i ragazzi raccontino il proprio futuro attraverso calciatori che ammirano in televisione. Come se il calcio fosse una geografia e ogni campione rappresentasse un punto sulla mappa. Ma prima di diventare la sua strada, il calcio, per Diego, è stata una scoperta, perché prima c’erano stati il nuoto e il tennis. Poi, il pallone.
“Non c’è un aneddoto particolare – prosegue –, semplicemente quando ho iniziato a giocare a calcio e ho dato i primi calci al pallone, mi sono immediatamente accorto che era lo sport che mi appassionava di più”.
A volte, infatti, non serve un’epifania per capire certe cose. Basta solo accorgersi che, tra tutte le cose che hai provato, ce n’è una che vuoi continuare a fare. Per Diego è stato il calcio. E nel calcio c’è anche la famiglia. Papà Davide, ex bomber, mamma Federica e la sorella Letizia, più grande di due anni. E chiaramente quel cognome.
Il padre è stato un calciatore per molti anni, arrivando fino alla Serie A. Una carriera da 398 presenze e 136 gol nel calcio professionistico, costruita passando per numerose piazze e diverse categorie. La sua storia era cominciata nel vivaio del Milan, con cui vinse il Torneo di Viareggio nel ‘99. Poi il lungo viaggio nel professionismo, che lo ha portato a ottenere una promozione in Serie B con il Ravenna (2006-2007) e, molti anni dopo, una in Serie A con il Cesena (2013-2014).
Oggi quel cognome è ancora lì. Ed è forse questa la parte più curiosa di questa storia. Perché essere figlio di un ex calciatore professionista significa avere in casa una persona che conosce quel mondo. Significa poter chiedere, ascoltare e confrontarsi, ma significa anche, inevitabilmente, avere davanti agli occhi un percorso già compiuto. Diego, però, non parla di eredità. Parla di lavoro, di crescita e della squadra.
“Dobbiamo continuare sulla strada che stiamo percorrendo fin dall’inizio della preparazione. È necessario mettere in campo il massimo impegno, per provare ad arrivare il più in alto possibile, sempre con la collaborazione e il rispetto reciproco all’interno dello spogliatoio”.
È il linguaggio di chi sa che una tripletta può raccontare una domenica, ma non una stagione. E allora torniamo per un attimo a Peccioli: tre gol e il Cesena che parte con il piede giusto. Un ragazzo classe 2011 che si confronta con una categoria superiore e, invece di chiedere permesso, lascia subito il segno. Il calcio giovanile, però, è un terreno nel quale bisogna avere pazienza, pieno di nomi che sembrano destinati a grandi palcoscenici, ma anche di giocatori che nessuno pensa arrivino e che, lentamente, potrebbero trovare la loro strada.
Per questo una tripletta non è una profezia, ma un momento, una fotografia scattata all’inizio di un lungo viaggio. E forse, tra qualche anno, qualcuno tornerà a guardarla, soffermandosi sul risultato, 5-1, e sui tre gol di quel ragazzo classe 2011 che giocava sotto età. E magari penserà: era cominciata lì. Oppure no. Perché il calcio non dà garanzie. Concede possibilità. E Diego, oggi, ne ha davanti una. La sua. Non quella del padre. La propria.
Adesso dovrà tornare ad allenarsi, per imparare, sbagliare e riprovare, perché lo aspetteranno partite in cui il pallone entrerà una o più volte e altre in cui non lo farà. Questo è il mestiere dell’attaccante. E Diego Succi, oggi più che mai, sembra intenzionato a volerlo fare.
STORIA. Diego Succi nasce il 2 marzo 2011 a Forlì da papà Davide, ex calciatore professionista, e mamma Federica. Comincia a giocare a calcio all’età di sette anni con il Vecchiazzano, società dilettantistica romagnola, prima di entrare nel vivaio del Cesena nel settembre del 2020. In maglia bianconera, dopo aver collezionato una presenza in Under 15 e 5 gol in 21 presenze sotto età con l’Under 16 nella passata stagione, ha realizzato una tripletta, sempre sotto età, nella partita d’esordio nel Girone A (Pisa-Cesena 1-5, 6 settembre) dell’Under 17, allenata da Nicola Tarroni, quest’anno.


