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Chissà come sarebbe cambiata la storia dello sport italiano se Jannik Sinner avesse optato per le racchette da sci, se Gimbo Tamberi avesse preferito saltare per schiacciare a canestro o se all’età di 15 anni Bruno Conti, giovane promessa del baseball, avesse accettato la borsa di studio offerta dai dirigenti del Santa Monica per volare negli States e vivere il sogno americano. Non lo sapremo mai. Ed è meglio così. “D’estate giocavo a baseball e d’inverno a calcio. Ho iniziato con i Black Angels - racconta Conti nell’intervista rilasciata a Donatella Scarnati e pubblicata oggi su Vivo Azzurro TV - facevo il lanciatore”. A prendere la decisione che cambierà la vita di Bruno e probabilmente anche il corso del nostro calcio è papà Conti: “Una volta venne a fare una tournée a Nettuno questa squadra americana, il Santa Monica, mi videro giocare e la sera, mentre stavamo cenando a casa, sentimmo suonare al citofono: erano il presidente del Nettuno e quello del Santa Monica, che mi voleva portare in America. Mio padre disse però che ero troppo piccolo per partire”.
Nella sua Nettuno (“è la mia vita, la amo”), Bruno Conti cresce in mezzo alla strada e non si tira indietro quando c’è da faticare: “La mia infanzia è stata bellissima, anche se con tante difficoltà, perché crescere in una famiglia di sette figli non è semplice. Lavoravo nel negozio di casalinghi di zia Maria e con la bicicletta portavo le bombole di gas nelle case. Poi il pomeriggio andavo ad allenarmi. Quando portavo a casa le 5 lire ero orgoglioso perché sapevo di aver dato il mio piccolo contributo”. Qualche anno più tardi a casa porterà la Coppa del Mondo: “Tornato a Nettuno dopo il Mondiale sembravo il Papa. Mi vennero a prendere a casa con un’auto scappottata, io in piedi sul sedile che salutavo. Era pieno di gente, vedere amici con cui sei cresciuto che mi baciavano le mani è stato incredibile”.
LA ROMA NEL DESTINO. ‘Di Bruno ce ne è uno e viene da Nettuno’ cantavano i tifosi della Roma, la squadra a cui ha dedicato quasi tutta la carriera (402 presenze e 47 gol), trascinandola alla conquista del secondo Scudetto. Un maledetto rigore gli ha negato la gioia di alzare al cielo della Capitale anche la Coppa dei Campioni, per un legame che anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo è proseguito anche nelle vesti di allenatore e dirigente. E pensare che il primo provino non andò bene: “Roma, Bologna e poi Sambenedettese: tutte bocciature. Dicevano ‘è bravo tecnicamente, ma fisicamente non è pronto’. Io però non ci rimanevo male, il giorno dopo ero di nuovo in strada a giocare con gli amici. Per me lo sport era divertimento”. Come molti amori, anche quello con la Roma sboccia d’estate: “A Nettuno si facevano i famosi tornei dei bar. Un giorno venne a vedere una partita Antonio Trebiciani, che allenava la Primavera della Roma. La sera stessa mi chiamò il presidente dell’Anzio e mi disse che la Roma mi aveva preso. Quando lo riferii a mio padre, grandissimo tifoso romanista, non stava nella pelle”.


MARAZICO. “Conti è stato il miglior giocatore del Mondiale”. A consacrare l’estro calcistico di Bruno Conti dopo il trionfo nel Mundial di Spagna ’82 fu il Re in persona, non il sovrano spagnolo Juan Carlos, ma Edson Arantes do Nascimento, per tutti semplicemente Pelè: “Stiamo parlando di Pelé, un fenomeno. Fu una soddisfazione enorme”. Dalla crasi di altri due campionissimi, Maradona e Zico, nacque invece quel soprannome simbolo di un talento cristallino e universalmente riconosciuto: “Ogni volta che ci abbracciavamo prima di una partita, Maradona mi diceva all’orecchio di andare al Napoli. Ho un amore per Diego che va al di là di tutto”.


LARGO AI GIOVANI. De Rossi, Florenzi, Pellegrini, Aquilani, Politano, Scamacca, Frattesi e Calafiori sono solo alcuni dei giovani lanciati nel grande calcio da Bruno Conti. A conferma che Conti per la Nazionale è stato importante in campo, ma anche fuori dal campo: “Oggi vedo che si predilige il fisico rispetto alla tecnica. Dall’Under 10 all’Under 14 servono gli educatori, non gli allenatori. C’è bisogno di chi insegna i fondamentali del calcio, il gesto tecnico. Non si deve parlare di tattica. La mia più grande soddisfazione non era vincere gli Scudetti, ma vedere ragazzi come Totti, De Rossi e Aquilani arrivare in prima squadra. Questo era il mio obiettivo. Bisogna riscoprire i vivai, bisogna credere nei nostri ragazzi”.


UN CALCIO ALLA MALATTIA. Tanti avversari hanno cercato di frenare le sue cavalcate sulla fascia, un nemico più subdolo ha invece provato a togliergli il sorriso. Senza riuscirci: “Tre anni fa mi hanno trovato un tumore al polmone. Mi avevano toccato la cosa che amo di più, i miei capelli. All’inizio non avevo voglia di fare niente, la mia fortuna è stata avere la famiglia vicino”. Stavolta l’assist più bello non lo ha servito lui: “Mia moglie mi ha dato una forza incredibile, le devo tutto”.


