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Il calcio che diventa ponte, linguaggio, occasione. E soprattutto futuro. ‘Play for the Future’ riparte con la sua seconda stagione, entrando nel vivo di un progetto che mette insieme sport, giustizia e inclusione sociale per offrire una seconda possibilità a minori e giovani adulti coinvolti nei circuiti penali.
Promosso da Fondazione Milan, Fondazione CDP e FIGC, in collaborazione con il Ministero della Giustizia – dipartimento giustizia minorile e di comunità, il progetto si conferma un laboratorio educativo che utilizza il calcio come leva per il cambiamento, dentro e fuori dagli istituti penali per i minorenni (IPM).


I numeri del primo anno raccontano una traiettoria piuttosto chiara: 109 giovani coinvolti sommando le sedi di Airola (Benevento), Catania, Milano, Napoli e Palermo, tutti inseriti in percorsi di educazione sportiva e orientamento al lavoro. Un percorso costruito passo dopo passo, tra campo, regole, responsabilità e crescita personale.
La presentazione dei risultati della stagione inaugurale si è svolta all’istituto comprensivo ‘Giovanni Falcone’ di Palermo, a margine della finale del torneo che ha visto protagonisti i beneficiari del progetto insieme ai ragazzi delle associazioni del territorio. Un momento sportivo, ma anche istituzionale, con la presenza della vicecapo dipartimento per la giustizia minorile e di comunità Cristiana Rotunno, della viceprefetto di Palermo Carolina Spataro, dell’assessore alle politiche giovanili Fabrizio Ferrandelli e dei rappresentanti delle realtà promotrici, tra cui il Segretario nazionale del Settore Giovanile e Scolastico Vito Di Gioia.
Dentro il percorso, il calcio non è solo un gioco. È metodo. È disciplina. È formazione. I partecipanti imparano le basi tecniche del pallone, ma anche come affiancare un istruttore nella gestione delle attività sportive. Un modo concreto per ‘allenare il futuro’, come recita il claim del progetto.
Fondamentale il ruolo dell’SGS, che attraverso il corso ‘Grassroots Livello E – Social Football’ ha costruito un modello formativo pensato per contesti complessi: qualità metodologica, formazione degli operatori, coordinamento degli interventi e una certificazione finale riconosciuta sia all’interno dell’istituto, sia, in area penale esterna, presso le società sportive.
“Il calcio diventa un linguaggio universale capace di creare relazioni, abbattere barriere e promuovere inclusione – spiega Vito Di Gioia –. Attraverso il gioco i ragazzi sviluppano competenze emotive e relazionali, imparano il rispetto delle regole e il valore della responsabilità. È qui che si costruiscono i percorsi di reinserimento”.
Non solo campo, però. Il progetto prevede anche percorsi personalizzati di orientamento al lavoro, bilancio delle competenze e, per alcuni partecipanti, vere e proprie esperienze di borsa lavoro. Come racconta uno dei giovani coinvolti: “Lo sport mi ha insegnato cosa significa fare squadra. Mi ha cambiato anche nel modo di affrontare le difficoltà. Ho avuto l’opportunità di affiancare gli allenatori e lavorare durante il centro estivo: un’esperienza che mi ha fatto crescere”.
Un modello che si regge su una rete stretta tra educatori, servizi sociali e giustizia minorile, con il coinvolgimento dei funzionari dell’area pedagogica degli istituti penali per i minorenni (IPM) e degli uffici di servizio sociale per i minorenni. Sono loro a seguire da vicino i percorsi, monitorare i progressi e contribuire alla valutazione dell’impatto sociale dell’iniziativa.
‘Play for the Future’ riparte così, dalla seconda stagione, con un’idea semplice e potente al tempo stesso: il calcio non cambia il passato, ma può riscrivere il domani.


