PHOTO
Uno, nessuno e centomila. La vita sportiva di Alessandro Florenzi come il romanzo più celebre di Luigi Pirandello, il lungo viaggio alla ricerca di un’identità calcistica di un giocatore che ha fatto della duttilità il suo marchio di fabbrica. “Quello che ho sempre detto - spiega nell’intervista rilasciata a Donatella Scarnati e da oggi disponibile su Vivo Azzurro TV - è che dall’uno all’undici andavano bene tutti i numeri, bastava andare in campo. Il mio essere jolly mi ha reso una sorta di dodicesimo uomo, ma questo sono io, è la mia natura essere sempre disponibile nei confronti di tutti”. Mezzala, esterno d’attacco, esterno di difesa, trequartista: non c’è ruolo che non abbia ricoperto nel corso di una carriera vissuta a cento all’ora e sulla quale ha deciso di mettere un punto la scorsa estate a soli 34 anni, l’età in cui molti suoi colleghi preferiscono volare in paradisi dorati per dare gli ultimi calci ad un pallone: “Ritirarsi non ha un’età, c’è semplicemente il momento giusto. E questo per me lo era. Sembra assurdo, ma non è stato difficile. Anche se mi mancano lo spogliatoio, il momento dell’arrivo allo stadio, quando si gioisce tutti insieme o ci si leccano le ferite”.


Voltandosi indietro sono molte più le gioie dei dolori: “Il calcio mi ha insegnato il lavoro di gruppo, il sacrificio. Mi ha insegnato a rialzarmi dopo i momenti negativi e che comunque c’è sempre una seconda possibilità. Ho realizzato tanti sogni, qualche rimpianto c’è. Ho vinto un Europeo, ma non ho mai giocato un Mondiale e spero di poterlo vivere quest’estate da tifoso”. Rialzarsi dicevamo, Alessandro ci è riuscito più di una volta: “Gli infortuni li ho vissuti a tutte le età, ho cominciato a 16 anni e finito a 34. Sono stati sicuramente un ostacolo, ma li ho superati sempre grazie alla famiglia e alle persone a me care”.
GOL IMPOSSIBILI ED ESULTANZE ICONICHE. La sera del 15 settembre 2015 un arcobaleno appare all’improvviso ai 57.000 spettatori presenti allo Stadio Olimpico di Roma per assistere al match con il Barcellona di Messi, Iniesta e Neymar. A disegnarlo è Alessandro Florenzi, che al 31° minuto del primo tempo, con la Roma sotto di un gol, alza gli occhi al cielo e da oltre cinquanta metri sorprende ter Stegen tra l’incredulità delle stelle blaugrana e di tutti i tifosi giallorossi: “E pensare che è stata la mia unica rete in Champions… Mi ha regalato una vetrina importante, mi ha permesso di andare alla cerimonia del Pallone d’oro. Con quel gol sono arrivato terzo al Premio Puskas, è un’emozione che mi porterò dietro per tutta la vita”. Un anno prima, il 24 settembre 2014, l’ex capitano della Roma aveva commosso i suoi tifosi e tutti i nonni d’Italia con un’esultanza diventata iconica. Dopo un gol era infatti corso in tribuna per abbracciare nonna Aurora, che a 82 anni aveva scelto la giornata giusta per venire a vedere per la prima volta il nipote giocare: “Ho agito d’istinto, non se l’aspettava nessuno. In quel momento non c’era solo l’abbraccio a lei, ma a tutti e quattro i miei nonni”. In quello Stadio Olimpico che tanto amore gli ha dato è nato anche l’amore con la madre delle sue figlie: “Ilenia andava in Curva Sud, io in Monte Mario. Lì è nato qualcosa di magico, che ci porteremo dietro per tutta la vita. Io avevo 17 anni, lei 15”. Nell’estate 2016, quando Alessandro è in ritiro con la Nazionale e si prepara all’Europeo francese tra interminabili sfide a ping pong, flipper e partite ai videogiochi, a Roma nasce Penelope, la sua primogenita: “Mancavano tre giorni all’inizio dell’Europeo, da Montpellier sono sceso a Roma e dopo poche ore sono tornato. È stata un’emozione indescrivibile”.


DAI CONTAINER ALL’OLIMPICO.“Mia mamma aveva un bar dentro un centro sportivo, il San Giorgio Acilia, uscito da scuola andavo lì a giocare dietro ai container. C’era uno spazio dove io e i miei amichetti mettevamo le giacche per terra e giocavamo fino a quando non arrivava il fischio finale di mia madre”. Le giacche diventano delle porte con pali e traversa, Alessandro cresce a Trigoria nel settore giovanile della Roma e la domenica all’Olimpico ammira da raccattapalle un certo Francesco Totti. Il 22 maggio 2011 a vent’anni esordirà subentrando proprio a quello che era il suo idolo: “Roma e la Roma sono la stessa cosa: semplicemente amore. Facevo il raccattapalle e papà mi diceva ‘Pensa a quando darai la palla a Totti non con le mani ma con i piedi’. Ricordo nitidamente il giorno dell’esordio, rimasi in campo per quattro minuti senza mai toccare il pallone. Ho avuto la fortuna di giocare con Francesco così come con Daniele (De Rossi, ndr) e sono stati i due più grandi esempi che ho avuto nella mia carriera”. Una carriera che, oltre all’Europeo, lo ha visto vincere uno Scudetto e una Supercoppa italiana con il Milan e una Coppa di Francia e una Supercoppa francese con il Paris Saint-Germain. Niente male.


CAMPIONE D’EUROPA. A ventun anni arriva il debutto in Nazionale con Cesare Prandelli, sarà la prima di 49 presenze in maglia azzurra. Titolare nell’Europeo del 2016 in Francia, dove l’Italia di Conte si ferma ai quarti dopo la sconfitta ai rigori con la Germania, vive la delusione della mancata qualificazione al Mondiale del 2018. Si rifà con gli interessi tre anni più tardi, laureandosi campione d’Europa: “Non eravamo i più forti, è successo qualcosa di magico. C’era allegria, ma c’era anche serietà nei momenti decisivi. Penso che questo mix abbia portato alla vittoria finale”. Il pensiero va inevitabilmente a Vialli, capo delegazione di quella Nazionale e padre/fratello/amico di quei ragazzi che a Wembley hanno fatto la storia: “Fatico a parlare di Gianluca. Tutti sanno quanto era importante per noi: i suoi discorsi, le sue parole, i suoi silenzi. Come ha affrontato la malattia e come riusciva a trasmetterci solo positività”.


GIGI COME GIANLUCA. Per due volte i play-off gli hanno negato la possibilità di giocare il Mondiale. A fine marzo sarà il primo tifoso di una Nazionale che per volare in America dovrà passare ancora una volta dagli spareggi: “Quei ragazzi che adesso stanno difendendo la nazione vanno supportati. Va data loro fiducia, avranno tanta pressione come ce l’ho avuta io. Ho deluso le aspettative, non ho centrato la qualificazione a due Mondiali. Spero con tutto il cuore che riescano a passare questi due turni e possano portarci al Mondiale perché se lo meritano loro e se lo meritano i tifosi italiani”. A due campioni del mondo come Gattuso e Buffon, nelle vesti rispettivamente di Ct e capo delegazione, il compito di riportare l’Italia dove merita: “Il mister può dare tanto a questa nazionale. Ci sono giocatori come Barella, Bastoni e Di Lorenzo che possono aiutare il gruppo, spero che quello che è stato Vialli per noi possa esserlo per loro Gigi Buffon”.


